CMSSCMSS 2018Summer School

La Mente di Giotto – Open Lecture del Prof. Zollo

la mente di Giotto

La mente di Giotto

All’interno della Complexity Management Summer School 2018 dedicata al tema: “La Complessità della Mente” che si svolgerà dal 24 agosto al 2 settembre ad Abano Terme (PD), il Complexity Institute organizza delle Open Lectures aperte al pubblico, in cui è possibile ascoltare gli interventi di alcuni dei Docenti ed Esperti del Complexity Institute.

LA MENTE DI GIOTTO

Open Lecture di

GIUSEPPE ZOLLO

Professore Ordinario di Ingegneria Gestionale – Università Federico II – Napoli

giovedì 30 agosto 2018 – ore 21

 

Per partecipare è sufficiente registrarsi su Eventbrite  prendendo il biglietto di prenotazione gratuito. 

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Eventbrite - LA MENTE DI GIOTTO - Open Lecture del Prof. G. Zollo alla Complexity Management Summer School

Ecco la presentazione dell’Open Lecture:

La mente di Giotto

      di Giuseppe Zollo

 

Intorno al 1304 Dante inizia a scrivere la Divina Commedia e Giotto inizia a decorare la Cappella degli Scrovegni a Padova. Dopo, la lingua italiana e il linguaggio figurativo dell’occidente cambieranno per sempre.

Dante e Giotto sono i testimoni dell’avvento dei tempi nuovi. Una nuova classe sociale sta assumendo il potere. Mercanti e banchieri che esibiscono un nuovo pragmatismo e una inconsueta rozzezza di modi. Il mercante non può perdere tempo con i rituali cortesi della vecchia aristocrazia. Deve tenere sotto controllo gli investimenti e i rischi commerciali, valutare le opportunità, i concorrenti e i potenziali alleati. Deve saper giocare le proprie carte con furbizia, intelligenza e accortezza.

Non tutto il nuovo si presenta all’insegna della voracità mercantile. All’inizio del XIII secolo il papa Innocenzo III cerca di rinnovare l’autorità della chiesa romana, afflitta da eresie, corruzione e da una rapace aristocrazia vescovile. Si affida per questo compito a due campioni della cristianità: Francesco e Domenico, che con un immenso lavoro di proselitismo rinnoveranno l’anima della chiesa romana. L’influenza dei francescani sarà profondissima. I frati si disinteressano delle corti. Comprendono che, in tempi di grandi cambiamenti, la propria missione consiste nel domare lo smarrimento e l’angoscia dell’uomo. Con le parole e con l’esempio predicano la povertà, l’essenzialità, il rifiuto della violenza, l’assistenza al prossimo, l’umiltà. Francesco, che si spoglia delle ricche vesti signorili, è il simbolo incarnato della nuova spiritualità.

 Sono i francescani a offrire a Giotto le lenti per comprendere il mondo nuovo. Giotto, attraverso le predicazioni dei francescani, entra in contatto con un mondo che nelle belle tavole dipinte delle chiese è assente. Vede persone che piangono, soffrono, ridono, mangiano, bevono, si baciano, si ammazzano. Comprende che i purissimi cieli dorati della pittura bizantina non sono in grado di circoscrivere la ricchezza, talvolta puteolente, della vita materiale. Avverte che il mondo materiale e spirituale in cui vive è più ricco delle interpretazioni che riesce a darne il canone figurativo tradizionale. Le madonne, assise sui troni celesti, mute e imperturbabili, non riescono a parlare al popolo di Dio.

Ma Giotto sa che un artista non può fermarsi alle sensazioni che inquietano l’animo. È necessario per l’artista trovare un nuovo linguaggio, capace di rendere visibile il mondo nuovo. Fin dai primi anni della propria attività Giotto si impegna nella ricerca di un linguaggio figurativo idoneo. Il risultato della ricerca, nella sua forma più compiuta, si rivela in tutta la sua forza rivoluzionaria nella Cappella degli Scrovegni, l’opera della sua maturità.

La commissione per l’affresco della Cappella Scrovegni perviene a Giotto dal banchiere Enrico Scrovegni, forse per munificenza verso la città di Padova, forse per farsi perdonare il peccato di usura, di cui il padre Reginaldo era stato esponente indiscusso.

Il tema iconografico della cappella, opera del teologo agostiniano Alberto di Padova, è la Salvezza. Alberto sviluppa il progetto in circa 45 scene, a cui si aggiungono le rappresentazioni dei 7 vizi e delle 7 virtù, più una varietà di figure secondarie sulla volta e sulle pareti.

Per fortuna le indicazioni ricavabili dalle fonti sono abbastanza vaghe, cosicché Giotto ha la più ampia libertà di impostare le scene, dando vita in due anni di lavoro a una delle più straordinarie realizzazioni dell’arte occidentale. La rivoluzione figurativa di Giotto si riassume in tre parole: anima, corpo e mondo.

ANIMA. I frati predicano che tutti devono impegnarsi a mondare la propria anima e a preservarne l’innocenza. Tutti devono fare i conti col proprio mondo interiore, con le passioni e gli istinti inconfessabili che lo popolano. La rivalutazione di un mondo interiore da domare per raggiungere la salvezza è una novità. Non bastano le elemosine e le ipocrite donazioni alla Chiesa. È necessario convertirsi dentro. È la premessa per definire l’individuo come entità in sé, e non solo come anonimo e insignificante membro di una categoria sociale. Giotto sente la necessità di esprimere questa ricchezza individuale, e fa una innovazione rivoluzionaria: scopre che per collegare il mondo interiore invisibile al mondo del visibile deve svelare i moti dell’anima attraverso i gesti, le espressioni del volto e le movenze del corpo. Possiamo facilmente immaginare Giotto che schizza migliaia di volti e gesti, come farà più tardi Leonardo, per comprendere la sintassi dei sentimenti. La Cappella degli Scrovegni è il risultato di queste osservazioni: un repertorio di centinaia di volti, di espressioni e di gesti, che verrà consegnato agli artisti futuri, che lo rinnoveranno incessantemente fino ai nostri giorni, come testimoniano i volti stravolti dei ritratti di Francis Bacon.

CORPO. Il corpo umano, si sa, è volume che occupa spazio. Ma nella pittura bizantina non c’è traccia: le figure sono bidimensionali. Dove trovare il linguaggio idoneo per rappresentare i corpi nella loro realtà volumetrica? La soluzione geniale di Giotto fu di osservare i corpi con la mente dello scultore. Giotto rivolge così la propria attenzione alle statue ereditate dalla classicità romana, e si esercita a definire un codice pittorico per ciò che lo scultore ha fatto con il marmo. Possiamo apprezzare le invenzioni di Giotto nelle 14 statue dei Vizi e delle Virtù dipinte nel registro inferiore della Cappella: il gioco dei drappeggi delle vesti, le ombre che torniscono i corpi, il modellato del volto costruiscono volumi che occupano le tre dimensioni dello spazio. Questa lezione fornisce a Giotto il linguaggio idoneo a modellare volumetricamente le figure nelle scene della Salvezza. I corpi si muovono nello spazio, si agitano, si abbracciano, si scontrano, camminano, corrono; i volti si guardano intrecciando una rete di relazioni emozionali prima sconosciuta. Dopo Giotto i personaggi dipinti non saranno più bidimensionali.

MONDO. La relazione tra anima e corpo ha bisogno di uno spazio in cui esprimersi. Lo spazio astratto, teologico, degli sfondi dorati della pittura bizantina non è più idoneo. Giotto ha bisogno di uno spazio terreno, concreto. Ancora una volta si presenta il problema tipico dell’innovatore: dove trovare il linguaggio idoneo? La risposta è disarmante nella sua geniale semplicità. Giotto organizza le scene della Salvezza come un insieme di “tableaux vivant” di un dramma sacro. Un po’ come le stazioni di una via crucis. Lo spazio pittorico nuovo inventato da Giotto è la scena teatrale. La metafora del palcoscenico dà a Giotto il pieno controllo nella composizione della scena. L’artista, come un coreografo, dispone sul palcoscenico persone, sfondi, architetture e oggetti. I movimenti e le espressioni degli attori sono teatralizzati, drammatizzati, enfatizzati, consentendo una formidabile semplificazione nella stesura della materia pittorica, in sintonia con la velocità di esecuzione necessaria per la pittura a fresco. Su tutte le scene si diffonde non più la distante immobile luce d’oro, ma una profonda, luminosa, inebriante, terrena luce blu. Giotto inventa così il dipinto come spazio artificiale, dove l’artista crea in totale controllo una interpretazione soggettiva, fondamentalmente arbitraria, del mondo.

È l’eredità più significativa. Con Giotto l’artista diviene con piena consapevolezza un testimone del mondo. Un osservatore che cerca di descrivere con precisione la propria esperienza. Attenzione. Preciso non significa vero. Preciso significa solo che l’artista cercherà di non trascurare particolari rilevanti. Che cercherà di comunicare con rigore ciò che sente. La verità non è categoria che appartiene all’arte. Ciò che l’artista restituisce è solo una lucida allucinazione, che, risuonando nella nostra coscienza, produrrà evanescenti e preziose sensazioni di realtà.

Ed è ciò che andremo a cercare con la visita alla Cappella. Sensazioni di realtà. Della nostra realtà.

Napoli, 23 agosto 2018

la mente di Giotto


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